sabato 6 giugno 2026

PEDEMONTANA VENETA, PFBA E TERRE DA SCAVO: LA PROCURA NON PUO' FERMARSI ALLE GALLERIE

In questi giorni apprendiamo dai media regionali, in primis da un servizio di Alda Vanzan su Il Gazzettino del 3 giugno 2026 in prima pagina, della fissazione al 6 ottobre 2026 dell'udienza preliminare davanti al Tribunale di Vicenza per dodici tra dirigenti, tecnici e vertici societari di Spv e Sis, con ipotesi di inquinamento ambientale e omessa bonifica per la contaminazione da PBAs connessa alla realizzazione delle gallerie di Malo e Sant'Urbano. Si tratta dei cantieri della Superstrada pedemontana veneta: arteria nota come Spv, completata nel 2024 e che connette Montecchio Maggiore nell'Ovest vicentino a Spresiano nel Trevigiano, poco a nord del capoluogo della Marca.

Prendiamo atto della notizia relativa alla vicenda giudiziaria che riguarda Domenico Dogliani, presidente del cda e amministratore delegato di Spv; Matterino Dogliani, presidente del cda del consorzio Sis e vice di Spv; Claudio Dogliani, amministratore delegato e direttore generale di Sis; Roberto Mascarello, direttore generale di Spv; il cittadino spagnolo Miguel Angel Rufo Acemel, amministratore delegato di Sis; Fernardo Joaquin Pardo Garcia, manager di Spv; Pedro Antonio Seguenza Hernandez, vicepresidente di Sis; Luigi Cordaro, direttore di cantiere; Saverio Vita, direttore tecnico della Superstrada Pedemontana veneta; Giovanni Salvatore D’Agostino, procuratore speciale e direttore tecnico di Spv; Roberto Russo, con lo stesso incarico in epoca successiva; Stefano Reniero, valdagnese, responsabile ambientale della Pedemontana. . Con tutte le garanzie del caso sarà quindi la magistratura ad esprimere un giudizio nei loro confronti, fermo restando il fatto che gli indagati professano fieramente la loro estraneità ad ogni addebito. Al netto di tutto ciò, però è necessario fare chiarezza su alcuni aspetti. A differenza di quanto si potrebbe intuire leggendo la rassegna stampa di questi giorni, le cose sono assai più gravi. Non si può ridurre il cosiddetto affare dei Pfba al solo tema della contaminazione addebitabile al calcestruzzo impiegato nella realizzazione dei tunnel.


Più nel dettaglio , la questione Pfba nella Superstrada pedemontana veneta non può essere confinata agli additivi impiegati nei tunnel: riguarda anche la movimentazione, il deposito e la dispersione delle terre e rocce da scavo contaminate, conferite in numerosi siti esterni all'opera. Già con un esposto-denuncia datato 8 novembre 2025, avevo chiesto al Comando dei Carabinieri del Noe di Treviso di verificare un aspetto importante. Ma per quale motivo? In data 17 luglio 2025 il Ministero dell'ambiente e l'Istituto Nazionale per la Sicurezza e la Ricerca Ambientale, l'Ispra, diffusero una relazione molto dettagliata in cui, in riferimento all'impatto dei cantieri Spv sugli ecosistemi, si descriveva una situazione ambientale così degradata da far accapponare la pelle: la relazione, puntualmente finita sulla stampa, dava conto di un quadro che indicava non una generica contaminazione ma uno stato di disastro ambientale.

Orbene, in ragione di quella indagine speciale condotta dal Ministero dell'ambiente avviata proprio in seguito di un mio esposto quale vicepresidente dell'associazione ecologista Covepa, chiedevo per l'appunto al Noe di verificare se, dopo la comunicazione curata dal Ministero e dall'Ispra, i dovuti adempimenti in capo agli enti competenti, Regione Veneto in primis, fossero stati svolti da chi di dovere: sia sul piano amministrativo sia sul piano penale. Risultano documenti dai quali si evince la continuativa presenza in SPV di tecnici dipendenti della Regione Veneto nei tunnel in costruzione non si capisce a
controllare cosa. Aggiungo che nella relazione vergata dall'Ispra su ordine del Ministero dell'ambiente, si richiamavano espressamente gli impatti derivanti dalle rocce di scavo contaminate da Pfba dei tunnel di Malo-Castelgomberto e Sant'Urbano, distribuite su «svariati depositi» costituiti da «alcune decine di cave» tra Bassano del Grappa e Montecchio Maggiore.

Sempre la relazione dell'Ispra, che risale all'anno passato ed è controfirmata dall'Arpav, non lascia spazio a letture rassicuranti. Quel documento spiega come l'istruttoria fosse finalizzata a verificare la presenza di elementi tali da presumere un danno ambientale o una minaccia imminente di danno ambientale nei territori interessati dalle gallerie di Malo e Sant'Urbano. Inoltre, sulle terre e rocce da scavo, l'Ispra riporta l'esistenza di una ventina di siti tra discariche, cave attive ed ex cave, per circa tre milioni di metri cubi di volume sciolto. di più, documenta concentrazioni di
Pfba nelle acque meteoriche di dilavamento dei depositi, con valori fino a 2.212 nanogrammi per litro nella cava Cavedagnona ubicata nel Comune di Montecchio Precalcino nell'Alto Vicentino

A pagina 62 della relazione Ispra si legge poi un passaggio che dovrebbe essere assunto come elemento dirimente da ogni autorità pubblica, magistratura per prima: secondo l'Echa, ovvero l'Agenzia europea per le sostanze chimiche, i Pfba, sono sostanze previste come probabilmente rispondenti ai criteri per cancerogenicità, mutagenicità o tossicità riproduttiva di categoria 1A o 1B, oppure con usi diffusi o dispersivi e probabile rispondenza a criteri di classificazione per pericoli per la salute o l'ambiente.

Per questo appare inaccettabile che il racconto pubblico e, a quanto sembra, anche l'azione giudiziaria, non assumano fino in fondo la dimensione sistemica del caso: non solo gallerie, non solo scarichi, non solo filtrazione dell'acqua in uscita, ma filiera complessiva dei materiali contaminati, cave di prestito, depositi, controlli pubblici, tracciabilità, omissioni e responsabilità dei funzionari che avrebbero dovuto prevenire, verificare e impedire la dispersione dei cosiddetti Pfas del calcestruzzo.

È altresì necessario che la Procura di Vicenza valuti, con la massima urgenza, se nel fascicolo siano stati considerati tutti i precedenti rilevanti connessi ai cantieri condotti dal concessionario Sis in altri territori, compresi quelli che sarebbero emersi in relazione alla circonvallazione ferroviaria di Palermo. Tali precedenti, ove confermati, non possono essere trattati come elementi estranei: potrebbero invece delineare un modello operativo, tecnico e gestionale che merita accertamento autonomo.

Non è sufficiente accertare se un additivo sia stato usato. Bisogna accertare chi ha autorizzato cosa, chi ha controllato, chi ha omesso, chi ha saputo e chi ha taciuto. La Regione Veneto non può limitarsi a rappresentarsi come parte offesa se i suoi uffici hanno avuto un ruolo preciso nel sistema autorizzativo, nel monitoraggio, nella gestione dei materiali e nella risposta tardiva alla contaminazione. L'udienza preliminare non può diventare quindi il perimetro riduttivo di una vicenda molto più ampia. Il procedimento deve estendersi alla verifica delle responsabilità pubbliche e private nella dispersione dei Pfba nelle acque, nei suoli e nelle cave di deposito delle terre e rocce da scavo.

La salute pubblica, le falde e i territori attraversati dalla Pedemontana Veneta non possono essere trattati come danni collaterali di una grande opera. In ultimo poi va aggiunta un'amara considerazione. Sono anni che il sottoscritto informa costantemente gli enti competenti in merito allo stato di salute degli ecosistemi in relazione con l'impatto dei cantieri della Spv. Nel lontano 2020 l'autorità giudiziaria è stata informata con una denuncia specifica. Dal 2021 in poi a Borgo Berga sono stati indirizzati non dei semplici esposti ma regolari denunce-querele nelle quali, seguendo i dettami del codice di procedura penale, mi sono dichiarato quale parte offesa proprio come vicepresidente del Covepa, l'associazione ecologista che da anni segue questo scottante dossier. Ebbene, proprio perché tutti gli adempimenti formali, atti di significazione inclusi, sono stati redatti diligentemente e regolarmente depositati, oggi dovrei essere tra le parti offese di quel procedimento assieme alla Regione Veneto: cosa che non è avvenuta. C'è qualcuno che vuole tenere lontani i nostri occhi da quel fascicolo penale? C'è qualcuno che teme il nostro approccio all'azione penale che è decisamente più incisivo rispetto ai desiderata di tanta parte dell'establishment veneto? Come stiano davvero le cose negli anfratti del potere nordestino, io non lo so. Tuttavia, questa gravissima lacuna, come è noto, è stata oggetto di una mia denuncia all'autorità giudiziaria trentina, competente per territorio, in relazione a eventuali illeciti penali commessi dai magistrati veneti. C'è qualcuno che sta manovrando nei corridoi del potere affinché le associazioni siano tenute alla larga dalle carte che scottano? Sono stati aperti altri fascicoli per caso? Gradiremmo saperlo.

architetto Massimo Maria Follesa
componente del direttivo dell'Osservatorio sul fenomeno delle mafie, laboratorio di economia e di etica politica