giovedì 16 luglio 2026

Malo, dopo l’incendio all’azienda Marsetti: solidarietà, memoria e presenza civile contro ogni intimidazione

L’incendio a Isola Vicentina che nella notte tra il 12 e il 13 luglio 2026, ha distrutto l’azienda di famiglia di Moreno Marsetti, sindaco di Malo, non può essere considerato soltanto come un grave fatto di cronaca. Le notizie relative al rinvenimento di taniche o contenitori di sostanze infiammabili presso gli accessi del capannone, unite alle precedenti minacce riferite dallo stesso amministratore, impongono di approfondire con la massima attenzione la possibile origine dolosa e la finalità intimidatoria del gesto.

Spetta naturalmente alla magistratura e agli investigatori accertare gli autori, il movente e l’eventuale matrice dell’incendio. È necessario evitare attribuzioni premature e ricostruzioni non sostenute da prove. Tuttavia, il doveroso rispetto per il lavoro degli inquirenti non può trasformarsi in silenzio civile o in sottovalutazione. Quando viene colpita l’attività economica di un amministratore pubblico, il danno non riguarda soltanto il patrimonio della persona interessata: investe la libertà di esercitare una funzione istituzionale senza minacce e riguarda direttamente la comunità rappresentata.

L’Osservatorio sul fenomeno delle mafie esprime piena solidarietà a Moreno Marsetti, ai lavoratori dell’azienda, alle loro famiglie e alla cittadinanza di Malo. La solidarietà, però, non deve limitarsi alle dichiarazioni rituali successive a un episodio grave. Deve diventare presenza pubblica, vigilanza democratica e sostegno concreto a chi è esposto a minacce, pressioni o condizionamenti.

Il territorio di Malo possiede già una memoria civile importante. Nel maggio 2019 i cittadini organizzarono in Vallugana un presidio in solidarietà alla famiglia che aveva denunciato minacce, danneggiamenti e vandalismi dopo avere documentato gli effetti dei lavori della Superstrada Pedemontana Veneta. In quella occasione furono pubblicamente condannati comportamenti definiti di tipo mafioso e venne affermato un principio essenziale: chi denuncia non deve essere isolato.

Poche settimane dopo, il 6 giugno 2019, nella sala conferenze a San Tomio di Malo, si tenne l’incontro pubblico «Mafie, ambiente e grandi opere… Un abbraccio mortale anche nel Veneto». L’iniziativa vide la partecipazione del professor Enzo Guidotto, allora presidente dell’Osservatorio  sul fenomeno mafioso. Il tema posto al centro del dibattito era il rapporto tra grandi opere, trasformazioni ambientali, interessi economici e capacità delle organizzazioni criminali di inserirsi nelle filiere apparentemente legali. Quel messaggio conserva oggi una forte attualità. Nel Veneto non è più sufficiente parlare genericamente di infiltrazione mafiosa, come se le organizzazioni criminali fossero soltanto presenze occasionali e provenienti dall’esterno. È necessario riconoscere i processi di radicamento e stabilizzazione, che possono svilupparsi attraverso appalti, subappalti, forniture, trasporti, movimento terra, cave, rifiuti, acquisizioni societarie, prestiti e rapporti con professionisti, imprese e amministratori.

Le mafie contemporanee non si manifestano sempre attraverso la violenza evidente. Spesso operano mediante relazioni economiche, disponibilità finanziarie, controllo di segmenti produttivi e capacità di offrire servizi apparentemente vantaggiosi. La violenza può emergere in un momento successivo, quando qualcuno rifiuta un’imposizione, interrompe un rapporto, denuncia un’anomalia o rende visibile ciò che altri vorrebbero mantenere nascosto.

Per questa ragione, parlare di modalità intimidatorie o “in stile mafioso” non significa attribuire automaticamente l’incendio di Malo a un’organizzazione criminale determinata. Significa riconoscere che un attentato notturno contro un luogo di lavoro, accompagnato da elementi che potrebbero renderne manifesta la volontarietà, può essere concepito come un avvertimento, una punizione o uno strumento di condizionamento. La matrice dovrà essere provata, ma l’ipotesi intimidatoria deve essere verificata senza pregiudizi e senza rimozioni.

Gli accertamenti non dovrebbero pertanto limitarsi alla sola dinamica dell’innesco. È necessario approfondire il contenuto e la provenienza delle precedenti minacce, gli eventuali conflitti economici o amministrativi, i rapporti con fornitori e committenti, possibili tentativi di imposizione, crediti, subcontratti, reti societarie e movimenti di mezzi o persone nelle ore precedenti il rogo. Occorre inoltre verificare se le minacce e l’incendio appartengano a una medesima sequenza.

La provincia di Vicenza è attraversata da grandi opere e da filiere economiche articolate, composte da appaltatori, subappaltatori, trasportatori, fornitori, cave, impianti di trattamento e servizi destinati ai mezzi d’opera. In questi sistemi complessi la trasparenza deve riguardare non soltanto i contraenti principali, ma anche i subcontratti, le forniture e le attività considerate formalmente secondarie.

L’Osservatorio sarà presente all’incontro pubblico di venerdì 17 luglio 2026 a Malo alle 16.00, con la partecipazione di Massimo M. Follesa, componente del direttivo. La presenza vuole ribadire che nessuna persona colpita da minacce o intimidazioni deve essere lasciata sola e che la risposta più efficace alla paura resta una comunità consapevole, informata e capace di prendere pubblicamente posizione. La memoria del presidio di Vallugana e dell’incontro di San Tomio non appartiene a una stagione conclusa. Essa costituisce uno strumento per leggere il presente e per impedire che ogni nuovo episodio venga trattato come isolato o privo di contesto. La paura cerca il silenzio e l’assoggettamento. La risposta civile deve produrre invece solidarietà, trasparenza e partecipazione.

lunedì 13 luglio 2026

COSA È LA VIS DEL TAV E PERCHE' NELLA TORINO-LIONE SI FA E A VICENZA NON SI FA.

Il punto da chiarire è molto semplice: quando parliamo di VIS, cioè di Valutazione di Impatto Sanitario, non stiamo parlando di una carta in più, di burocrazia o di un capriccio tecnico. Stiamo parlando dello strumento che serve a rispondere a una domanda essenziale: un’opera pubblica, prima di essere realizzata, ha valutato davvero gli effetti sulla salute delle persone che vivono nei territori attraversati?

Nel caso del TAV a Vicenza questa domanda diventa ancora più pesante, perché il progetto attraversa una città e un territorio già segnati dalla contaminazione da PFAS e PFBA, dalle interferenze con le falde, dagli scavi, dai cantieri profondi e dalle opere di consolidamento.

1. Che cos’è la VIS e come è regolata

La Valutazione di Impatto Sanitario è uno strumento che serve a collegare la valutazione ambientale con la salute pubblica. Non basta dire: misuro il rumore, misuro le polveri, misuro le vibrazioni, misuro le acque. La VIS deve fare un passo in più: deve spiegare che cosa significano quei dati per la salute dei residenti.

Il Ministero della Salute definisce la VIS come uno strumento a supporto dei procedimenti amministrativi e dei processi decisionali relativi a piani, programmi e progetti sottoposti a VIA. Le Linee guida nazionali sono state adottate con il D.M. Salute 27 marzo 2019, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 31 maggio 2019. 

In concreto, una VIS seria deve contenere almeno questi passaggi:
- screening, cioè la decisione sul perché serve una valutazione sanitaria;
- scoping, cioè la definizione di quali rischi, popolazioni e aree devono essere studiate;
- profilo sanitario ante operam, cioè lo stato di salute della popolazione prima del cantiere;
- mappa dei recettori sensibili, quindi abitazioni, scuole, anziani, bambini, luoghi di cura, lavoratori;
- assessment tossicologico, per aria, polveri, acque, suolo, contaminanti, PFAS e PFBA;
- assessment epidemiologico, cioè valutazione degli effetti possibili sulle patologie e sui gruppi esposti;
- valutazione cumulativa, perché rumore, polveri, vibrazioni, traffico, falda contaminata e stress urbano non agiscono separatamente;
- misure di mitigazione sanitaria, non solo ambientale;
- monitoraggio sanitario integrato, prima, durante e dopo l’opera;
- sintesi non tecnica, comprensibile ai cittadini.

Quindi, detta in radio: una VIS non è un capitolo generico sulla salute pubblica; è un documento autonomo che deve dire chi rischia, cosa rischia, per quanto tempo, con quali misure di prevenzione e chi risponde se le cose peggiorano.

2. Perché a Vicenza non l’hanno prevista, mentre sulla Torino-Lione c’è

Qui bisogna essere precisi. Per le infrastrutture ferroviarie la VIS non è stata sempre trattata come obbligo automatico. Nella procedura del 1° lotto Verona–Bivio Vicenza, la richiesta di una VIS e di una VIIAS era stata posta in relazione al problema PFAS, ma la risposta istruttoria fu che questi strumenti non erano obbligatori per quella tipologia di progetto. Da lì si è consolidata una linea: non una VIS autonoma, ma una trattazione della salute dentro lo Studio d’Impatto Ambientale, il Piano di Monitoraggio Ambientale e le prescrizioni.

Il problema è che questa soluzione può forse reggere formalmente, ma non regge sostanzialmente in un territorio come Vicenza. Perché Vicenza non è un territorio neutro: è dentro una storia di contaminazione PFAS; ha falde fragili; ha cantieri urbani; ha scavi, acque di aggottamento, fanghi, terre e rocce da scavo, jet grouting, additivi cementizi e lavorazioni che possono interferire con le acque sotterranee.

La contraddizione diventa evidente se guardiamo alla Torino-Lione. In Piemonte la VIS sui cantieri della nuova linea ferroviaria Torino-Lione è stata effettivamente avviata e presentata pubblicamente. La Regione Piemonte richiama la VIS dei cantieri Torino-Lione e la collega alla DGR 12-358 del 29 settembre 2014 e alla Delibera CIPE; TELT afferma che, nel caso Torino-Lione, la VIS integra la VIA già approvata e rafforza il monitoraggio ambientale sui cantieri a garanzia della salute delle persone. 
Questo è il punto politico: se per la Torino-Lione si è ritenuto possibile, opportuno e utile costruire una VIS sui cantieri, perché a Vicenza no?
La risposta formale può essere: perché non era obbligatoria. La risposta sostanziale, però, dovrebbe essere un’altra: proprio perché Vicenza è un territorio PFAS, la VIS doveva essere prevista come garanzia aggiuntiva, anche se non ritenuta obbligatoria in senso stretto.
In altre parole: a Vicenza si è scelto il minimo formale invece del massimo di cautela. Anzi si sta tutelado la produzione del calcestruzzo cim l'acqua di falda ma non la salute dei cittadini, basti vedere le autorizzazioni del sindaco Possa mai sui filtri a carboni attivi.

E questa scelta pesa, perché oggi la città si trova a discutere di falde contaminate, PFAS, PFBA, filtri a carbone attivo, autorizzazioni, trattamenti delle acque e possibili ritardi dei lavori. Ma queste sono esattamente le questioni che una VIS avrebbe dovuto mettere al centro prima dell’avvio delle lavorazioni.

3. Una proposta possibile per il TAV a Vicenza

La proposta non deve essere ideologica. Non deve limitarsi a dire “fermare tutto” o “andare avanti comunque”. La proposta deve essere istituzionale, tecnica e sanitaria.

Primo punto: sospensione cautelativa delle lavorazioni più impattanti sulla falda, almeno per le attività che comportano scavo profondo, aggottamento, drenaggio, jet grouting, sottofondazioni, trattamento e scarico di acque di cantiere, finché non sia pubblicato un quadro sanitario completo.

Secondo punto: redazione immediata di una VIS autonoma per il tratto Altavilla–Vicenza–Stazione FS–area Tribunale, anche se tardiva, ma completa e pubblica. Deve essere espressamente denominata “Valutazione di Impatto Sanitario”, conforme al D.M. Salute 27 marzo 2019, e non confusa con un capitolo generico di “salute pubblica”.

Terzo punto: inventario chimico obbligatorio di tutti i prodotti di cantiere. Parliamo di additivi per jet grouting, fluidificanti, acceleranti di presa, resine, polimeri, impermeabilizzanti, calcestruzzi speciali, shotcrete e spritz-beton. Per ciascun prodotto servono schede tecniche, schede di sicurezza, dichiarazioni PFAS-free, esclusione di fluoropolimeri e precursori, analisi indipendenti sui materiali effettivamente usati.

Quarto punto: monitoraggio PFAS/PFBA integrato, non solo ambientale ma sanitario. Devono essere cercati almeno PFBA, PFBS, PFPeA, PFHxA, PFOA, PFOS, PFHxS, PFNA e gli altri composti pertinenti in falda, acque superficiali, acque di cantiere, fanghi, terre e rocce da scavo, prima, durante e dopo i lavori.

Quinto punto: coinvolgimento formale di ULSS 8 Berica, ARPAV, ISPRA, ISS, Comune, Regione, Ministero dell’Ambiente, Ministero delle Infrastrutture, RFI, IRICAV Due e Commissario straordinario in una conferenza pubblica sulla salute. Non una riunione tecnica chiusa, ma un percorso con dati pubblici, verbali pubblici, domande dei cittadini e risposte verificabili.

Sesto punto: sintesi non tecnica sanitaria per la popolazione. I cittadini devono poter capire dove sono i cantieri, quali contaminanti sono stati trovati, quali acque vengono pompate, dove vengono scaricate, quali filtri sono usati, quali limiti si applicano, che cosa succede se i valori peggiorano.

Il problema non è essere favorevoli o contrari alla ferrovia. Il problema è capire se una grande opera pubblica possa attraversare una città già colpita dai PFAS senza una Valutazione di Impatto Sanitario autonoma, pubblica e verificabile. Se per la Torino-Lione la VIS è stata attivata come garanzia aggiuntiva, Vicenza non può accontentarsi di meno. Qui non si chiede burocrazia: si chiede salute pubblica, trasparenza e responsabilità. E finché non saranno pubblici i dati, le analisi, gli additivi, le acque, i fanghi, le terre e le conseguenze sanitarie, il progresso resterà una parola vuota pronunciata sopra la testa dei residenti.

martedì 7 luglio 2026

PFBA, solidarietà a Marco Milioni. La Regione Veneto chiarisca subito: sui documenti pubblici non sono ammissibili opacità, omissioni o “sbianchettamenti”

Esprimo piena solidarietà al giornalista Marco Milioni per la vicenda relativa alla mancata consegna integrale dei verbali del tavolo tecnico regionale sulla contaminazione da PFBA attribuita ai cantieri della Superstrada Pedemontana Veneta. Quanto denunciato dal collega non può essere considerato una controversia personale tra un cronista e un ufficio pubblico: riguarda il diritto della collettività a conoscere fatti che interessano l’ambiente, l’acqua e la salute pubblica.

Secondo quanto pubblicato da ViPiù, Milioni riferisce di avere presentato alla fine di marzo 2026 una richiesta formale per ottenere i verbali del tavolo tecnico sul PFBA e di avere ricevuto, a distanza di mesi, non i documenti richiesti ma un riassunto sintetico, privo, secondo il giornalista, di elementi essenziali quali l'indicazione degli estensori. Lo stesso Milioni ha quindi informato l’Ordine dei giornalisti del Veneto, oltre al presidente della Regione e all’assessora competente. 

È una vicenda grave. La trasparenza amministrativa non può essere concessa discrezionalmente, tanto meno quando sono in gioco informazioni ambientali e sanitarie di evidente interesse pubblico. Un verbale non può essere sostituito, a piacimento dell'amministrazione, da un riassunto preparato dalla stessa struttura chiamata a rendere conto del proprio operato. Il giornalista deve poter leggere gli atti, confrontare le posizioni espresse, identificare i soggetti intervenuti e ricostruire la formazione delle decisioni. È esattamente questa la funzione del controllo democratico esercitato dalla stampa. La stessa ricostruzione pubblicata da ViPiù sottolinea come ritardi o limitazioni non adeguatamente motivati possano incidere non solo sul lavoro del cronista, ma sul diritto dei cittadini a un'informazione completa e verificabile. 

La denuncia pubblica di Marco Milioni assume per me anche un significato ulteriore. Sto infatti valutando attentamente la documentazione che, a seguito di mie richieste di accesso, mi è stata consegnata dalla struttura regionale competente per le infrastrutture in relazione alle riunioni e alle conferenze di servizi riguardanti la questione PFBA.