lunedì 13 luglio 2026

COSA È LA VIS DEL TAV E PERCHE' NELLA TORINO-LIONE SI FA E A VICENZA NON SI FA.

Il punto da chiarire è molto semplice: quando parliamo di VIS, cioè di Valutazione di Impatto Sanitario, non stiamo parlando di una carta in più, di burocrazia o di un capriccio tecnico. Stiamo parlando dello strumento che serve a rispondere a una domanda essenziale: un’opera pubblica, prima di essere realizzata, ha valutato davvero gli effetti sulla salute delle persone che vivono nei territori attraversati?

Nel caso del TAV a Vicenza questa domanda diventa ancora più pesante, perché il progetto attraversa una città e un territorio già segnati dalla contaminazione da PFAS e PFBA, dalle interferenze con le falde, dagli scavi, dai cantieri profondi e dalle opere di consolidamento.

1. Che cos’è la VIS e come è regolata

La Valutazione di Impatto Sanitario è uno strumento che serve a collegare la valutazione ambientale con la salute pubblica. Non basta dire: misuro il rumore, misuro le polveri, misuro le vibrazioni, misuro le acque. La VIS deve fare un passo in più: deve spiegare che cosa significano quei dati per la salute dei residenti.

Il Ministero della Salute definisce la VIS come uno strumento a supporto dei procedimenti amministrativi e dei processi decisionali relativi a piani, programmi e progetti sottoposti a VIA. Le Linee guida nazionali sono state adottate con il D.M. Salute 27 marzo 2019, pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 31 maggio 2019. 

In concreto, una VIS seria deve contenere almeno questi passaggi:
- screening, cioè la decisione sul perché serve una valutazione sanitaria;
- scoping, cioè la definizione di quali rischi, popolazioni e aree devono essere studiate;
- profilo sanitario ante operam, cioè lo stato di salute della popolazione prima del cantiere;
- mappa dei recettori sensibili, quindi abitazioni, scuole, anziani, bambini, luoghi di cura, lavoratori;
- assessment tossicologico, per aria, polveri, acque, suolo, contaminanti, PFAS e PFBA;
- assessment epidemiologico, cioè valutazione degli effetti possibili sulle patologie e sui gruppi esposti;
- valutazione cumulativa, perché rumore, polveri, vibrazioni, traffico, falda contaminata e stress urbano non agiscono separatamente;
- misure di mitigazione sanitaria, non solo ambientale;
- monitoraggio sanitario integrato, prima, durante e dopo l’opera;
- sintesi non tecnica, comprensibile ai cittadini.

Quindi, detta in radio: una VIS non è un capitolo generico sulla salute pubblica; è un documento autonomo che deve dire chi rischia, cosa rischia, per quanto tempo, con quali misure di prevenzione e chi risponde se le cose peggiorano.

2. Perché a Vicenza non l’hanno prevista, mentre sulla Torino-Lione c’è

Qui bisogna essere precisi. Per le infrastrutture ferroviarie la VIS non è stata sempre trattata come obbligo automatico. Nella procedura del 1° lotto Verona–Bivio Vicenza, la richiesta di una VIS e di una VIIAS era stata posta in relazione al problema PFAS, ma la risposta istruttoria fu che questi strumenti non erano obbligatori per quella tipologia di progetto. Da lì si è consolidata una linea: non una VIS autonoma, ma una trattazione della salute dentro lo Studio d’Impatto Ambientale, il Piano di Monitoraggio Ambientale e le prescrizioni.

Il problema è che questa soluzione può forse reggere formalmente, ma non regge sostanzialmente in un territorio come Vicenza. Perché Vicenza non è un territorio neutro: è dentro una storia di contaminazione PFAS; ha falde fragili; ha cantieri urbani; ha scavi, acque di aggottamento, fanghi, terre e rocce da scavo, jet grouting, additivi cementizi e lavorazioni che possono interferire con le acque sotterranee.

La contraddizione diventa evidente se guardiamo alla Torino-Lione. In Piemonte la VIS sui cantieri della nuova linea ferroviaria Torino-Lione è stata effettivamente avviata e presentata pubblicamente. La Regione Piemonte richiama la VIS dei cantieri Torino-Lione e la collega alla DGR 12-358 del 29 settembre 2014 e alla Delibera CIPE; TELT afferma che, nel caso Torino-Lione, la VIS integra la VIA già approvata e rafforza il monitoraggio ambientale sui cantieri a garanzia della salute delle persone. 
Questo è il punto politico: se per la Torino-Lione si è ritenuto possibile, opportuno e utile costruire una VIS sui cantieri, perché a Vicenza no?
La risposta formale può essere: perché non era obbligatoria. La risposta sostanziale, però, dovrebbe essere un’altra: proprio perché Vicenza è un territorio PFAS, la VIS doveva essere prevista come garanzia aggiuntiva, anche se non ritenuta obbligatoria in senso stretto.
In altre parole: a Vicenza si è scelto il minimo formale invece del massimo di cautela. Anzi si sta tutelado la produzione del calcestruzzo cim l'acqua di falda ma non la salute dei cittadini, basti vedere le autorizzazioni del sindaco Possa mai sui filtri a carboni attivi.

E questa scelta pesa, perché oggi la città si trova a discutere di falde contaminate, PFAS, PFBA, filtri a carbone attivo, autorizzazioni, trattamenti delle acque e possibili ritardi dei lavori. Ma queste sono esattamente le questioni che una VIS avrebbe dovuto mettere al centro prima dell’avvio delle lavorazioni.

3. Una proposta possibile per il TAV a Vicenza

La proposta non deve essere ideologica. Non deve limitarsi a dire “fermare tutto” o “andare avanti comunque”. La proposta deve essere istituzionale, tecnica e sanitaria.

Primo punto: sospensione cautelativa delle lavorazioni più impattanti sulla falda, almeno per le attività che comportano scavo profondo, aggottamento, drenaggio, jet grouting, sottofondazioni, trattamento e scarico di acque di cantiere, finché non sia pubblicato un quadro sanitario completo.

Secondo punto: redazione immediata di una VIS autonoma per il tratto Altavilla–Vicenza–Stazione FS–area Tribunale, anche se tardiva, ma completa e pubblica. Deve essere espressamente denominata “Valutazione di Impatto Sanitario”, conforme al D.M. Salute 27 marzo 2019, e non confusa con un capitolo generico di “salute pubblica”.

Terzo punto: inventario chimico obbligatorio di tutti i prodotti di cantiere. Parliamo di additivi per jet grouting, fluidificanti, acceleranti di presa, resine, polimeri, impermeabilizzanti, calcestruzzi speciali, shotcrete e spritz-beton. Per ciascun prodotto servono schede tecniche, schede di sicurezza, dichiarazioni PFAS-free, esclusione di fluoropolimeri e precursori, analisi indipendenti sui materiali effettivamente usati.

Quarto punto: monitoraggio PFAS/PFBA integrato, non solo ambientale ma sanitario. Devono essere cercati almeno PFBA, PFBS, PFPeA, PFHxA, PFOA, PFOS, PFHxS, PFNA e gli altri composti pertinenti in falda, acque superficiali, acque di cantiere, fanghi, terre e rocce da scavo, prima, durante e dopo i lavori.

Quinto punto: coinvolgimento formale di ULSS 8 Berica, ARPAV, ISPRA, ISS, Comune, Regione, Ministero dell’Ambiente, Ministero delle Infrastrutture, RFI, IRICAV Due e Commissario straordinario in una conferenza pubblica sulla salute. Non una riunione tecnica chiusa, ma un percorso con dati pubblici, verbali pubblici, domande dei cittadini e risposte verificabili.

Sesto punto: sintesi non tecnica sanitaria per la popolazione. I cittadini devono poter capire dove sono i cantieri, quali contaminanti sono stati trovati, quali acque vengono pompate, dove vengono scaricate, quali filtri sono usati, quali limiti si applicano, che cosa succede se i valori peggiorano.

Il problema non è essere favorevoli o contrari alla ferrovia. Il problema è capire se una grande opera pubblica possa attraversare una città già colpita dai PFAS senza una Valutazione di Impatto Sanitario autonoma, pubblica e verificabile. Se per la Torino-Lione la VIS è stata attivata come garanzia aggiuntiva, Vicenza non può accontentarsi di meno. Qui non si chiede burocrazia: si chiede salute pubblica, trasparenza e responsabilità. E finché non saranno pubblici i dati, le analisi, gli additivi, le acque, i fanghi, le terre e le conseguenze sanitarie, il progresso resterà una parola vuota pronunciata sopra la testa dei residenti.

martedì 7 luglio 2026

PFBA, solidarietà a Marco Milioni. La Regione Veneto chiarisca subito: sui documenti pubblici non sono ammissibili opacità, omissioni o “sbianchettamenti”

Esprimo piena solidarietà al giornalista Marco Milioni per la vicenda relativa alla mancata consegna integrale dei verbali del tavolo tecnico regionale sulla contaminazione da PFBA attribuita ai cantieri della Superstrada Pedemontana Veneta. Quanto denunciato dal collega non può essere considerato una controversia personale tra un cronista e un ufficio pubblico: riguarda il diritto della collettività a conoscere fatti che interessano l’ambiente, l’acqua e la salute pubblica.

Secondo quanto pubblicato da ViPiù, Milioni riferisce di avere presentato alla fine di marzo 2026 una richiesta formale per ottenere i verbali del tavolo tecnico sul PFBA e di avere ricevuto, a distanza di mesi, non i documenti richiesti ma un riassunto sintetico, privo, secondo il giornalista, di elementi essenziali quali l'indicazione degli estensori. Lo stesso Milioni ha quindi informato l’Ordine dei giornalisti del Veneto, oltre al presidente della Regione e all’assessora competente. 

È una vicenda grave. La trasparenza amministrativa non può essere concessa discrezionalmente, tanto meno quando sono in gioco informazioni ambientali e sanitarie di evidente interesse pubblico. Un verbale non può essere sostituito, a piacimento dell'amministrazione, da un riassunto preparato dalla stessa struttura chiamata a rendere conto del proprio operato. Il giornalista deve poter leggere gli atti, confrontare le posizioni espresse, identificare i soggetti intervenuti e ricostruire la formazione delle decisioni. È esattamente questa la funzione del controllo democratico esercitato dalla stampa. La stessa ricostruzione pubblicata da ViPiù sottolinea come ritardi o limitazioni non adeguatamente motivati possano incidere non solo sul lavoro del cronista, ma sul diritto dei cittadini a un'informazione completa e verificabile. 

La denuncia pubblica di Marco Milioni assume per me anche un significato ulteriore. Sto infatti valutando attentamente la documentazione che, a seguito di mie richieste di accesso, mi è stata consegnata dalla struttura regionale competente per le infrastrutture in relazione alle riunioni e alle conferenze di servizi riguardanti la questione PFBA.

venerdì 12 giugno 2026

PFBA NEL VINO COSA DICE LO STUDIO DI CA' FOSCARI E PERCHE' SI PUO' DIRE CHE I PFBA SONO SOLO DI PROVENIENZA DA SPV

Un nuovo studio destinato alla rivista Environmental Pollution disponibile dal 3 giugno 2026,  affronta un tema che tocca direttamente il Veneto contaminato dai PFAS: la presenza di sostanze perfluoroalchiliche nei vini prodotti dentro e attorno all’area della grande contaminazione della falda. Il titolo è già eloquente: Accumulation of PFAS in wine from a contaminated area: perfluorobutanoic acid (PFBA) as a molecular marker of PFAS groundwater contamination and implications of wine ingestion for human health.

Gli autori — Francesco Calore, Paolo Girardi, Alessandro Bonetto, Laura Pagnin e Antonio Marcomini, tutti del Dipartimento di Scienze Ambientali, Informatica e Statistica dell’Università Ca’ Foscari Venezia — hanno analizzato 76 campioni di vino raccolti tra il 2023 e il 2024. Il risultato centrale è netto: almeno un PFAS è stato quantificato in 73 campioni su 76. Il composto dominante è il PFBA, rilevato sopra il limite di quantificazione in circa il 94% dei campioni, con una mediana di 196 ng/L e un massimo di 18.067 ng/L.

Lo studio sostiene che il PFBA possa funzionare come marcatore molecolare della contaminazione della falda. I vini provenienti da aree DOC sovrapposte al plume di contaminazione presentano concentrazioni più elevate rispetto ai vini fuori plume. Il dato più significativo riguarda i vigneti prossimi alla falda: entro 75 metri, la concentrazione di PFBA nel vino cresce in relazione alla concentrazione stimata di PFBA nella falda più vicina. Il vino, dunque, diventa non solo prodotto agricolo, ma anche possibile bioindicatore ambientale.

Il lavoro è rilevante perché sposta il problema dei PFAS dal rubinetto alla filiera agroalimentare. La contaminazione non resta confinata all’acqua potabile: può arrivare al suolo, alle colture, all’uva e infine al vino. In alcuni scenari di consumo elevato, gli autori stimano possibili superamenti delle soglie tossicologiche di riferimento, soprattutto quando si applicano fattori di potenza relativa per valutare l’effetto della miscela di PFAS.

sabato 6 giugno 2026

PEDEMONTANA VENETA, PFBA E TERRE DA SCAVO: LA PROCURA NON PUO' FERMARSI ALLE GALLERIE

In questi giorni apprendiamo dai media regionali, in primis da un servizio di Alda Vanzan su Il Gazzettino del 3 giugno 2026 in prima pagina, della fissazione al 6 ottobre 2026 dell'udienza preliminare davanti al Tribunale di Vicenza per dodici tra dirigenti, tecnici e vertici societari di Spv e Sis, con ipotesi di inquinamento ambientale e omessa bonifica per la contaminazione da PBAs connessa alla realizzazione delle gallerie di Malo e Sant'Urbano. Si tratta dei cantieri della Superstrada pedemontana veneta: arteria nota come Spv, completata nel 2024 e che connette Montecchio Maggiore nell'Ovest vicentino a Spresiano nel Trevigiano, poco a nord del capoluogo della Marca.

Prendiamo atto della notizia relativa alla vicenda giudiziaria che riguarda Domenico Dogliani, presidente del cda e amministratore delegato di Spv; Matterino Dogliani, presidente del cda del consorzio Sis e vice di Spv; Claudio Dogliani, amministratore delegato e direttore generale di Sis; Roberto Mascarello, direttore generale di Spv; il cittadino spagnolo Miguel Angel Rufo Acemel, amministratore delegato di Sis; Fernardo Joaquin Pardo Garcia, manager di Spv; Pedro Antonio Seguenza Hernandez, vicepresidente di Sis; Luigi Cordaro, direttore di cantiere; Saverio Vita, direttore tecnico della Superstrada Pedemontana veneta; Giovanni Salvatore D’Agostino, procuratore speciale e direttore tecnico di Spv; Roberto Russo, con lo stesso incarico in epoca successiva; Stefano Reniero, valdagnese, responsabile ambientale della Pedemontana. . Con tutte le garanzie del caso sarà quindi la magistratura ad esprimere un giudizio nei loro confronti, fermo restando il fatto che gli indagati professano fieramente la loro estraneità ad ogni addebito. Al netto di tutto ciò, però è necessario fare chiarezza su alcuni aspetti. A differenza di quanto si potrebbe intuire leggendo la rassegna stampa di questi giorni, le cose sono assai più gravi. Non si può ridurre il cosiddetto affare dei Pfba al solo tema della contaminazione addebitabile al calcestruzzo impiegato nella realizzazione dei tunnel.


Più nel dettaglio , la questione Pfba nella Superstrada pedemontana veneta non può essere confinata agli additivi impiegati nei tunnel: riguarda anche la movimentazione, il deposito e la dispersione delle terre e rocce da scavo contaminate, conferite in numerosi siti esterni all'opera. Già con un esposto-denuncia datato 8 novembre 2025, avevo chiesto al Comando dei Carabinieri del Noe di Treviso di verificare un aspetto importante. Ma per quale motivo? In data 17 luglio 2025 il Ministero dell'ambiente e l'Istituto Nazionale per la Sicurezza e la Ricerca Ambientale, l'Ispra, diffusero una relazione molto dettagliata in cui, in riferimento all'impatto dei cantieri Spv sugli ecosistemi, si descriveva una situazione ambientale così degradata da far accapponare la pelle: la relazione, puntualmente finita sulla stampa, dava conto di un quadro che indicava non una generica contaminazione ma uno stato di disastro ambientale.

Orbene, in ragione di quella indagine speciale condotta dal Ministero dell'ambiente avviata proprio in seguito di un mio esposto quale vicepresidente dell'associazione ecologista Covepa, chiedevo per l'appunto al Noe di verificare se, dopo la comunicazione curata dal Ministero e dall'Ispra, i dovuti adempimenti in capo agli enti competenti, Regione Veneto in primis, fossero stati svolti da chi di dovere: sia sul piano amministrativo sia sul piano penale. Risultano documenti dai quali si evince la continuativa presenza in SPV di tecnici dipendenti della Regione Veneto nei tunnel in costruzione non si capisce a
controllare cosa. Aggiungo che nella relazione vergata dall'Ispra su ordine del Ministero dell'ambiente, si richiamavano espressamente gli impatti derivanti dalle rocce di scavo contaminate da Pfba dei tunnel di Malo-Castelgomberto e Sant'Urbano, distribuite su «svariati depositi» costituiti da «alcune decine di cave» tra Bassano del Grappa e Montecchio Maggiore.

Sempre la relazione dell'Ispra, che risale all'anno passato ed è controfirmata dall'Arpav, non lascia spazio a letture rassicuranti. Quel documento spiega come l'istruttoria fosse finalizzata a verificare la presenza di elementi tali da presumere un danno ambientale o una minaccia imminente di danno ambientale nei territori interessati dalle gallerie di Malo e Sant'Urbano. Inoltre, sulle terre e rocce da scavo, l'Ispra riporta l'esistenza di una ventina di siti tra discariche, cave attive ed ex cave, per circa tre milioni di metri cubi di volume sciolto. di più, documenta concentrazioni di
Pfba nelle acque meteoriche di dilavamento dei depositi, con valori fino a 2.212 nanogrammi per litro nella cava Cavedagnona ubicata nel Comune di Montecchio Precalcino nell'Alto Vicentino

A pagina 62 della relazione Ispra si legge poi un passaggio che dovrebbe essere assunto come elemento dirimente da ogni autorità pubblica, magistratura per prima: secondo l'Echa, ovvero l'Agenzia europea per le sostanze chimiche, i Pfba, sono sostanze previste come probabilmente rispondenti ai criteri per cancerogenicità, mutagenicità o tossicità riproduttiva di categoria 1A o 1B, oppure con usi diffusi o dispersivi e probabile rispondenza a criteri di classificazione per pericoli per la salute o l'ambiente.

Per questo appare inaccettabile che il racconto pubblico e, a quanto sembra, anche l'azione giudiziaria, non assumano fino in fondo la dimensione sistemica del caso: non solo gallerie, non solo scarichi, non solo filtrazione dell'acqua in uscita, ma filiera complessiva dei materiali contaminati, cave di prestito, depositi, controlli pubblici, tracciabilità, omissioni e responsabilità dei funzionari che avrebbero dovuto prevenire, verificare e impedire la dispersione dei cosiddetti Pfas del calcestruzzo.

È altresì necessario che la Procura di Vicenza valuti, con la massima urgenza, se nel fascicolo siano stati considerati tutti i precedenti rilevanti connessi ai cantieri condotti dal concessionario Sis in altri territori, compresi quelli che sarebbero emersi in relazione alla circonvallazione ferroviaria di Palermo. Tali precedenti, ove confermati, non possono essere trattati come elementi estranei: potrebbero invece delineare un modello operativo, tecnico e gestionale che merita accertamento autonomo.

Non è sufficiente accertare se un additivo sia stato usato. Bisogna accertare chi ha autorizzato cosa, chi ha controllato, chi ha omesso, chi ha saputo e chi ha taciuto. La Regione Veneto non può limitarsi a rappresentarsi come parte offesa se i suoi uffici hanno avuto un ruolo preciso nel sistema autorizzativo, nel monitoraggio, nella gestione dei materiali e nella risposta tardiva alla contaminazione. L'udienza preliminare non può diventare quindi il perimetro riduttivo di una vicenda molto più ampia. Il procedimento deve estendersi alla verifica delle responsabilità pubbliche e private nella dispersione dei Pfba nelle acque, nei suoli e nelle cave di deposito delle terre e rocce da scavo.

La salute pubblica, le falde e i territori attraversati dalla Pedemontana Veneta non possono essere trattati come danni collaterali di una grande opera. In ultimo poi va aggiunta un'amara considerazione. Sono anni che il sottoscritto informa costantemente gli enti competenti in merito allo stato di salute degli ecosistemi in relazione con l'impatto dei cantieri della Spv. Nel lontano 2020 l'autorità giudiziaria è stata informata con una denuncia specifica. Dal 2021 in poi a Borgo Berga sono stati indirizzati non dei semplici esposti ma regolari denunce-querele nelle quali, seguendo i dettami del codice di procedura penale, mi sono dichiarato quale parte offesa proprio come vicepresidente del Covepa, l'associazione ecologista che da anni segue questo scottante dossier. Ebbene, proprio perché tutti gli adempimenti formali, atti di significazione inclusi, sono stati redatti diligentemente e regolarmente depositati, oggi dovrei essere tra le parti offese di quel procedimento assieme alla Regione Veneto: cosa che non è avvenuta. C'è qualcuno che vuole tenere lontani i nostri occhi da quel fascicolo penale? C'è qualcuno che teme il nostro approccio all'azione penale che è decisamente più incisivo rispetto ai desiderata di tanta parte dell'establishment veneto? Come stiano davvero le cose negli anfratti del potere nordestino, io non lo so. Tuttavia, questa gravissima lacuna, come è noto, è stata oggetto di una mia denuncia all'autorità giudiziaria trentina, competente per territorio, in relazione a eventuali illeciti penali commessi dai magistrati veneti. C'è qualcuno che sta manovrando nei corridoi del potere affinché le associazioni siano tenute alla larga dalle carte che scottano? Sono stati aperti altri fascicoli per caso? Gradiremmo saperlo.

architetto Massimo Maria Follesa
componente del direttivo dell'Osservatorio sul fenomeno delle mafie, laboratorio di economia e di etica politica 

sabato 30 maggio 2026

CONFLITTO DI INTERESSI TRA I CONSULENTI DELLA REGIONE E DI UNA CAVA INQUINATA CON I PFBA

Le recenti notizie di stampa che [1] hanno interessato la Cava Vianelle ubicata tra Thiene e Marano Vicentino sono alquanto preoccupanti. Preoccupa il fatto che il consulente tecnico individuato dalla Regione Veneto per istruire l'iter di variante alla Valutazione di impatto ambientale della Superstrada pedemontana veneta resasi necessaria per la contaminazione da derivati del fluoro Pfba addebitata ai cantieri dell'arteria, sia lo stesso ingaggiato dal privato che gestisce quella cava proprio per valutare su quest'ultima l'impatto della presenza degli stessi Pfba, ci impensierisce. Per valutare la sussistenza di un potenziale conflitto di interessi nella mia veste di componente del direttivo dell'Osservatorio veneto sulle mafie, ho deciso di informare della cosa l'Anac, ovvero l'Autorità nazionale anticorruzione. Allo stesso tempo è stata informata la Prefettura di Vicenza. L'esposto è stato inviato pochi giorni fa. Peraltro va rilevato il totale silenzio da parte delle forze politiche dopo che i media hanno svelato questo lato poco conosciuto del caso Pfba all’inizio di maggio.

Risulta evidente dai documenti pubblicati che siano necessarie verifiche su possibili anomalie e profili di conflitto di interessi nella gestione della contaminazione della cava Vianelle tra Thiene e Marano Vicentino e della Variante per la SPV. L’esposto richiama il ruolo della società Sinergeo S.r.l. e del dott. Andrea Sottani, indicati come consulenti del gestore privato del sito di cava [2] e, al tempo stesso, già incaricati dalla Regione Veneto nell’ambito della variante allo Studio di Impatto Ambientale della SPV [3] dopo l’emergenza PFBA, procedura tuttora in corso e incompleta. Inoltre andrebbe approfondito il ruolo di altri dirigenti regionali e amministratori pubblici in relazione al fatto che la Variante allo Studio di Impatto Ambientale della SPV, sia limitata alle sole aree adiacenti ai tunnel di Malo-Castelgomberto e Sant’Urbano di Trissino - Montecchio M., senza estendersi alle cave di prestito, interessate dai depositi delle rocce inquinate dai PFBA, scavate nei tunnel. Al contrario il Progetto della SPV aveva predisposto, fin dallo Studio d’Impatto Ambientale del 2005, un dettagliato Piano Cave attuato da ben due Dirigenti Regionali incaricati per la Pedemontana Veneta: l’ing. Vernizzi e l’ing. Pellegrini. Si chiede inoltre di accertare la completezza e tracciabilità degli atti relativi alla riunione preliminare e al programma di caratterizzazione dei materiali presenti nel sito.

lunedì 18 settembre 2023

SPV UNA VORAGINE NELLE CASSE DEL VENETO

Mercoledì 20 settembre  2023 alle 20.45 nella sal convegni de La Fornace ad Adolo in un incontro pubblico patrocinato dal Comune di Asolo, saranno illustrate le conseguenze derivanti dalla realizzazione di questa grande opera, che dopo aver divorato 900 ettari di terreno fertile e di biodiversità ora si appresta a divorare le casse regionali di noi Veneti.

La Regione, infatti, se da una parte incasserà i pedaggi, di gran lunga inferiori alle ottimistiche previsioni, dato il loro elevato prezzo, dall’altra dovrà corrispondere fino al 2059 un canone annuale medio di oltre 300 milioni di euro prestabilito alla società concessionaria, l’italo-spagnola SIS.
Questo imperdonabile errore sta creando un buco nelle casse regionali e non potrà che peggiorare.
Insieme all’architetto Massimo Follesa dibatterà il Consigliere Regionale Andrea Zanoni e modererà il dibattito il giornalista Davide Nordio per discutere di questa grave situazione che sta causando tagli alla sanità,sociale, trasporti, scuole, ecc., cioè a tutti i servizi fondamentali che si dovrebbero garantire ai cittadini.

giovedì 17 febbraio 2022

L'IPOVEDENTE BIZZOTTO

Le notizie che trapelano in queste settimane dal processo Miteni in corso al Tribunale di Vicenza devono farci riflettere. Oggi assistiamo alla ennesima deposizione dei tecnici di ARPAV in qualità di testimoni proposti dall’accusa, ma noi sappiamo che per alcuni di loro è stato applicato un metro di giudizio che in altri contesti e in altri luoghi li avrebbe potuti vedere sui banchi degli imputati, in particolare per alcuni di loro si può dire che abbiano fatto parte dina ARPAV numero due. Una sorta di livello capace di applicare un metodo evoluto nei decenni di ispezioni verso alcuni tra i più influenti portatori di interessi dell’industria vicentina. Ad avvalorare questa visione e questo scenario ci sono le parole dell’attuale Procuratore capo di Vicenza, rese sull’operato di chi lo ha preceduto. Si tratta di parole pesanti come pietre sulla derubricazione delle ipotesi di reato ascritte ai tecnici ARPAV rilevate nella relazione della commissione parlamentare sui reati nello smaltimento dei rifiuti industriali.

La relazione della Commissione Ecomafie mette in evidenza che i tecnici di ARPAV non vedono, infatti «...nel corso dell’audizione dell’11 luglio 2019, Alessandro Bizzotto, dirigente del servizio controlli di ARPA Veneto, ha riferito che in effetti, nell’anno 2005, i tecnici dell’ARPA si erano recati presso la Miteni per sigillare il contatore di uno o più pozzi di attingimento dell’acqua di falda per uso industriale e che in tale contesto non avevano rilevato l’esistenza di una barriera idraulica, posto che il sistema di depurazione delle acque con i filtri a carbone, con tutta probabilità, era stato dalla società allocato in un sito distante dai pozzi di attingimento, che non erano distinguibili da quelli usati per l’emungimento delle acque destinate ad uso industriale.