Un nuovo studio destinato alla rivista Environmental Pollution disponibile dal 3 giugno 2026, affronta un tema che tocca direttamente il Veneto contaminato dai PFAS: la presenza di sostanze perfluoroalchiliche nei vini prodotti dentro e attorno all’area della grande contaminazione della falda. Il titolo è già eloquente: Accumulation of PFAS in wine from a contaminated area: perfluorobutanoic acid (PFBA) as a molecular marker of PFAS groundwater contamination and implications of wine ingestion for human health.
Gli autori — Francesco Calore, Paolo Girardi, Alessandro Bonetto, Laura Pagnin e Antonio Marcomini, tutti del Dipartimento di Scienze Ambientali, Informatica e Statistica dell’Università Ca’ Foscari Venezia — hanno analizzato 76 campioni di vino raccolti tra il 2023 e il 2024. Il risultato centrale è netto: almeno un PFAS è stato quantificato in 73 campioni su 76. Il composto dominante è il PFBA, rilevato sopra il limite di quantificazione in circa il 94% dei campioni, con una mediana di 196 ng/L e un massimo di 18.067 ng/L.
Lo studio sostiene che il PFBA possa funzionare come marcatore molecolare della contaminazione della falda. I vini provenienti da aree DOC sovrapposte al plume di contaminazione presentano concentrazioni più elevate rispetto ai vini fuori plume. Il dato più significativo riguarda i vigneti prossimi alla falda: entro 75 metri, la concentrazione di PFBA nel vino cresce in relazione alla concentrazione stimata di PFBA nella falda più vicina. Il vino, dunque, diventa non solo prodotto agricolo, ma anche possibile bioindicatore ambientale.
Il lavoro è rilevante perché sposta il problema dei PFAS dal rubinetto alla filiera agroalimentare. La contaminazione non resta confinata all’acqua potabile: può arrivare al suolo, alle colture, all’uva e infine al vino. In alcuni scenari di consumo elevato, gli autori stimano possibili superamenti delle soglie tossicologiche di riferimento, soprattutto quando si applicano fattori di potenza relativa per valutare l’effetto della miscela di PFAS.
Tuttavia, lo studio presenta anche un punto critico. Nel discutere l’origine degli analiti quantificati, gli autori scrivono che tutti sarebbero stati prodotti dalla “company source of the contamination”. È un passaggio delicato: il documento utilizza il PFBA come tracciante della contaminazione della falda, ma non dimostra in modo autonomo che il PFBA sia necessariamente un marcatore della produzione Miteni. Questa distinzione è decisiva. Il PFBA può indicare il percorso idrogeologico dell’acqua contaminata; non prova automaticamente la sorgente industriale specifica.
Proprio qui si apre la confutazione scientifica: gli atti pubblici disponibili non documentano alcun ciclo produttivo Miteni riferito al PFBA. È quindi necessario distinguere tra la responsabilità storica della contaminazione da PFAS nell’area di Trissino e l’attribuzione specifica del PFBA. La presenza di PFBA nei vini dimostra la contaminazione della falda e il trasferimento verso la filiera agricola; non basta, da sola, a stabilire che quel PFBA provenga dalla produzione Miteni.
Un’analisi completa dovrebbe confrontare anche altre possibili sorgenti: i cantieri infrastrutturali, i tunnel della Pedemontana Veneta, gli acceleranti per calcestruzzo proiettato, lo spritz-beton, il jet grouting, le terre e rocce da scavo e le acque di galleria. Se le autorità pubbliche hanno riconosciuto una possibile relazione tra PFBA e acceleranti di presa usati nelle gallerie, questa pista non può essere ignorata in uno studio che pretende di usare il PFBA come marcatore ambientale.
Che cosa è da confutare sul piano scientifico
Ciò che rende necessaria una confutazione tecnico-scientifica è l’attribuzione automatica del PFBA alla sorgente Miteni/RiMar di Trissino contenuta, in forma implicita o esplicita, nello studio sui PFAS nei vini dell’area contaminata veneta. Vediamo passo passo il vuoto logico che prende i quattro autori dell’articolo scientifico che individua correttamente il PFBA come composto dominante nei campioni di vino analizzati e lo interpreta come marcatore della contaminazione della falda. Tuttavia, il passaggio successivo — cioè l’attribuzione del PFBA alla “company source of the contamination” — presenta una criticità logica, storica e chimica che merita di essere sottoposta ai revisori, perchè rischia di fare sconti e di inseguire un punto di vista che grava sulle vicende in corso in questi ultimi mesi attorno ai PFBA di SPV. I nostri quattro studiosi dimenticano che tra Brogliano, Trissino e Montecchio Maggiore c'è una batteria di cave e di siti proprio nel tracciato della superstrada in cui sono state riportate le terre e rocce inquinate dai PFBA, scavate nei tunnel. Per tanto è da ritenere che se l’aumento avviene in corrispondenza di gallerie, cantieri, calcestruzzi proiettati, sistemi di drenaggio o terre e rocce da scavo, l’ipotesi infrastrutturale deve essere trattata come sorgente primaria, secondaria o concorrente, non come semplice effetto del plume Miteni.
La distinzione fondamentale è la seguente: il PFBA può essere un marcatore della contaminazione idrogeologica che raggiunge i vigneti e i vini, ma non per questo è automaticamente un marcatore della produzione Miteni. La molecola può tracciare il percorso dell’acqua contaminata, non necessariamente la sorgente industriale originaria. Confondere il tracciante ambientale con la firma causale della sorgente significa trasformare una correlazione idrogeologica in una attribuzione produttiva non dimostrata.
Il sito Miteni/RiMar ha certamente un ruolo storico centrale nella contaminazione PFAS del Veneto occidentale. Le fonti pubbliche e parlamentari ricostruiscono decenni di produzione e dispersione di composti perfluorurati, in particolare PFOA, PFOS, PFBS, GenX/HFPO-DA e cC6O4. Tuttavia, per il PFBA la questione è diversa. La formula scientificamente più corretta è: gli atti pubblici disponibili non documentano alcun ciclo produttivo Miteni riferito al PFBA. Questa formulazione non nega in modo apodittico ogni possibile presenza di PFBA nel sito, ma sposta l’onere della prova dove deve stare: chi attribuisce il PFBA alla produzione Miteni deve documentare che Miteni abbia prodotto, lavorato, importato, trasformato, recuperato o scaricato PFBA, suoi sali o precursori specifici.
L’immagine allegata, tratta da PFAS.land, richiama un passaggio importante della storia Miteni: il 5 maggio 2011 i ricercatori CNR-IRSA Stefano Polesello e Sara Valsecchi entrarono in Miteni e raccolsero campioni di acque di scarico che evidenziarono una contaminazione gravissima, tra cui 4834 μg/L, cioè 4,8 milioni di ng/L, di perfluorobutansolfonato, PFBS. Questo dato è rilevantissimo, ma va interpretato correttamente. Esso dimostra una presenza estrema di PFBS nello scarico Miteni; non dimostra, da solo, una produzione o dispersione di PFBA.
PFBS e PFBA sono entrambi composti a quattro atomi di carbonio, ma non sono la stessa molecola né appartengono alla stessa sottoclasse funzionale. Il PFBS è un acido perfluorobutansolfonico o il relativo anione solfonato; il PFBA è un acido perfluorobutanoico, cioè un carbossilato perfluorurato. La differenza tra gruppo solfonico e gruppo carbossilico è decisiva dal punto di vista della sintesi, del destino ambientale e del fingerprinting di sorgente. La presenza di PFBS nello scarico Miteni prova una chimica C4 solfonata; non prova automaticamente una chimica C4 carbossilata.
Sul piano della degradazione, il PFBS non può essere assunto come precursore ambientale ordinario del PFBA. Le fonti tecnico-regolatorie indicano il PFBS come degradato finale molto persistente dei propri precursori, con degradazione molto lenta rispetto alla sua formazione. È vero che in condizioni sperimentali avanzate, ad esempio con plasma non termico, processi elettrochimici o ossidativi spinti, possono essere ipotizzati percorsi di trasformazione dei perfluoroalchil-solfonati e la formazione di prodotti carbossilici a catena corta. Ma tali condizioni non equivalgono alla normale falda contaminata. Pertanto, la relazione PFBS–PFBA può indicare una vicinanza di famiglia chimica o una comune transizione industriale verso composti C4 a catena corta; non autorizza, senza prove specifiche, a sostenere che il PFBA misurato nei vini o nelle acque derivi dalla degradazione ambientale del PFBS Miteni.
Anche l’ipotesi secondo cui la massa complessiva di PFAS ottanici dispersi da Miteni — PFOA, PFOS o altri C8 — possa essersi “deteriorata” trasformandosi in PFBA deve essere respinta o, quantomeno, considerata non dimostrata. I PFAA, tra cui PFOA, PFOS, PFBA e PFBS, sono generalmente considerati prodotti terminali di trasformazione. I precursori poli-fluorurati possono trasformarsi in acidi perfluoroalchilici terminali, ma i PFAA a catena lunga non sono ordinariamente noti per trasformarsi in PFAA a catena corta nelle condizioni ambientali della falda. Dunque non è corretto spiegare il PFBA come semplice “frammentazione naturale” del PFOA o del PFOS Miteni.
È inoltre improprio affermare che le molecole “eterne” possano moltiplicarsi. La massa chimica non si moltiplica. Può però aumentare la concentrazione analiticamente misurata di PFBA quando precursori non monitorati si trasformano in PFBA, quando matrici contaminate rilasciano PFBA nel tempo, quando il sistema idrogeologico concentra il contaminante lungo vie preferenziali, o quando una sorgente secondaria o concorrente immette PFBA già formato in un punto diverso del sistema. Questo è il nodo: un aumento del segnale PFBA non implica necessariamente un aumento della massa originaria Miteni; può indicare una sorgente autonoma, una sorgente secondaria o una filiera tecnica diversa.
Nel caso veneto questa ipotesi alternativa non è astratta. La Superstrada Pedemontana Veneta, in particolare le gallerie Malo–Castelgomberto e Sant’Urbano–Trissino/Montecchio Maggiore, costituisce un caso tecnico che non può essere escluso dal modello sorgente-recettore. Le fonti istituzionali regionali hanno riconosciuto che il rinvenimento di PFBA in corrispondenza di gallerie SPV potrebbe essere riconducibile all’uso, durante le fasi di demolizione e costruzione, di un accelerante di presa per calcestruzzo. La Regione Veneto ha inoltre dichiarato che già nel 2021 impose prudenzialmente al concessionario la sostituzione del prodotto. Questo non è un dettaglio marginale: è il riconoscimento pubblico di una plausibilità tecnica.
La stessa Regione ha aggiunto che tracce di PFBA sono state rilevate anche in altri ambiti infrastrutturali del Veneto non connessi alla SPV, in quanto il rilascio di PFBA sembrerebbe legato alla tecnica costruttiva impiegata in via generale nelle costruzioni di gallerie stradali e ferroviarie. Questa affermazione è decisiva perché sposta il problema dalla singola opera al paradigma tecnologico: calcestruzzi proiettati, acceleranti di presa, spritz-beton, drenaggi di galleria, terre e rocce da scavo, acque di cantiere e sistemi di trattamento.
Nello shotcrete o spritz-beton, il calcestruzzo viene proiettato contro la roccia o il fronte di scavo; l’accelerante viene dosato in prossimità dell’ugello per ottenere presa rapida, adesione e stabilizzazione immediata. Il prodotto entra così in contatto con superfici rocciose, acque di infiltrazione, drenaggi, fanghi, sfridi, centine, rivestimenti provvisori e definitivi. Se l’additivo contiene PFBA, precursori del PFBA o impurità fluorurate, la galleria diventa una sorgente diretta o secondaria. Lo stesso ragionamento vale per il jet grouting, dove boiacche cementizie e additivi vengono iniettati ad alta pressione nel terreno, producendo colonne o setti consolidati a diretto contatto con falda, acque interstiziali e suoli saturi.
Per questo motivo le lavorazioni infrastrutturali non possono essere trattate come semplici recettori passivi del plume Miteni. Esse possono costituire sorgenti primarie, secondarie o concorrenti di PFBA. La presenza di valori elevati in corrispondenza delle gallerie di Malo e Sant’Urbano, l’uso di acceleranti, la movimentazione di terre e rocce da scavo e la distribuzione dei materiali in siti esterni impongono un bilancio di massa autonomo. In particolare, se il PFBA si manifesta o si accentua in ambiti idrogeologicamente posti a nord o comunque non spiegabili con una semplice propagazione da Trissino, l’attribuzione esclusiva alla fonte Miteni diventa ancora più debole.
Dal punto di vista produttivo, il PFBA può essere ottenuto industrialmente attraverso tecnologie fluorochimiche specializzate: fluorurazione elettrochimica, chimica dei perfluoroacil fluoruri, filiere degli ioduri perfluoroalchilici e degradazione o trasformazione di precursori fluorotelomerici. La fluorurazione elettrochimica, storicamente associata al processo Simons, impiega substrati organici in acido fluoridrico anidro e produce miscele complesse di composti lineari, ramificati e sottoprodotti. La produzione su scala industriale richiede impianti fluorochimici, gestione di acido fluoridrico, celle elettrolitiche, separazioni, neutralizzazioni, purificazioni e trattamento di reflui fluorurati. Questa tecnologia non coincide con la formulazione commerciale di un additivo per calcestruzzo: un produttore di additivi può acquistare intermedi, tensioattivi, sali, polimeri o miscele da fornitori della chimica fine o della fluorochimica.
Quanto a Mapei, le fonti aperte non consentono di affermare che Mapei produca PFBA né di identificare pubblicamente chi eventualmente glielo abbia fornito. Le schede pubbliche Mapei descrivono Mapequick AF 1000 come accelerante liquido esente da alcali, a base di sali inorganici, per malte e calcestruzzi proiettati. Alcune schede Mapei recenti per prodotti shotcrete/grouting dichiarano espressamente “PFAS content: not present in the formulation”. Questo dato non prova retroattivamente la composizione dei prodotti usati nella Pedemontana Veneta o in cantieri TAV; dimostra però che la presenza o assenza di PFAS negli additivi per calcestruzzo è oggi un parametro tecnico dichiarabile e rilevante. Proprio per questo occorre acquisire le schede di sicurezza storiche, i lotti, le formulazioni, i certificati analitici, i fornitori e i registri di impiego in cantiere.
Ne deriva una conclusione netta: l’articolo sui PFAS nel vino può legittimamente utilizzare il PFBA come marcatore della contaminazione della falda, ma non può trasformarlo, senza ulteriori prove, in marcatore della produzione Miteni. Il dato PFBS del 2011 rafforza la responsabilità storica Miteni nella contaminazione da PFAS a catena corta, ma non colma il vuoto probatorio sul PFBA. La presenza di PFBS non dimostra la presenza di un ciclo PFBA; la persistenza dei PFAA non giustifica la conversione ordinaria di PFOA/PFOS o PFBS in PFBA; e la documentazione istituzionale sulle gallerie SPV introduce una sorgente alternativa o concorrente che l’articolo avrebbe dovuto discutere.
Per rendere fondata l’attribuzione causale, lo studio dovrebbe essere integrato con almeno sette verifiche: primo, inventario storico completo delle sostanze prodotte, lavorate, importate, ricevute, rigenerate o scaricate da Miteni, con specifico riferimento al PFBA; secondo, distinzione analitica tra PFBA e PFBS e valutazione della loro eventuale co-occorrenza; terzo, ricerca dei precursori fluorotelomerici e dei precursori C4 carbossilici; quarto, confronto tra profili PFAS delle acque Miteni, dello scarico ARICA, delle acque di galleria, delle terre e rocce da scavo, delle cave di prestito, delle falde e dei vini; quinto, acquisizione delle schede storiche e dei lotti degli additivi usati in SPV, TAV e altre gallerie stradali o ferroviarie; sesto, modellazione idrogeologica capace di distinguere plume storico, sorgenti infrastrutturali e sorgenti diffuse; settimo, bilancio di massa che tenga conto delle quantità di calcestruzzo proiettato, acceleranti, terre di scavo e acque drenate.
In assenza di tali verifiche, l’attribuzione del PFBA alla “company source of the contamination” resta un’inferenza non dimostrata. La formulazione scientificamente corretta e pubblicabile dovrebbe essere: il PFBA è un marcatore della contaminazione della falda che può raggiungere i vini, ma la sua origine specifica resta da attribuire mediante confronto tra sorgenti industriali storiche e sorgenti infrastrutturali recenti. Se gli atti pubblici disponibili non documentano un ciclo Miteni riferito al PFBA, se il PFBS del 2011 non è chimicamente sufficiente a dimostrare PFBA, e se la Pedemontana Veneta presenta evidenze tecniche e istituzionali di rilascio da acceleranti per calcestruzzo, allora l’ipotesi infrastrutturale non è marginale: è una condizione necessaria di ogni valutazione scientifica seria.
Chi sono gli estensori
Francesco Calore è assegnista/postdoc a Ca’ Foscari, con attività nell’ambito PFAS, campionamento, preparazione del campione e spettrometria di massa. Paolo Girardi è professore associato di Statistica e porta nello studio la parte epidemiologica, geostatistica e di modellazione. Alessandro Bonetto è personale tecnico del DAIS, con competenze di laboratorio e strumentazione analitica. Laura Pagnin è assegnista di ricerca presso Ca’ Foscari. Antonio Marcomini, autore corrispondente, è professore ordinario di Chimica dell’ambiente, figura storica del gruppo di ricerca su contaminanti emergenti, rischio ambientale e sostenibilità.
La pubblicazione, dunque, va letta per ciò che dimostra e per ciò che non dimostra. Dimostra che il PFBA entra nella filiera del vino attraverso la contaminazione della falda. Non dimostra, almeno non nel testo disponibile, che il PFBA sia necessariamente prodotto o disperso da Miteni. Per trasformare il PFBA da marcatore della falda a marcatore di sorgente industriale servono prove aggiuntive: inventario storico delle sostanze prodotte, fingerprinting chimico, confronto con acque di galleria e additivi da cantiere, modellazione idrogeologica e bilancio di massa.
Il merito dello studio è enorme: porta i PFAS dentro il bicchiere, mostrando che la contaminazione ambientale può attraversare il territorio, l’agricoltura e la salute. Il suo limite è altrettanto importante: quando la scienza nomina una sorgente, deve dimostrarla con la stessa precisione con cui misura una molecola.

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